La mia meta è Pechino, dobbiamo percorrere altri 3810km. Il nostro convoglio prende la strada che attraversa la Manciuria. Il panorama si fa più vario. In lontananza si scorgono catene di montagne innevate che ci accompagneranno finta quando le attraverseremo, all’altezza di Pechino. In quest’ultima parte del viaggio, il treno correrà a mezza costa, fra colline boscose e pianure sconfinate, a volte tanto brulle da sembrare un deserto dai colori sfumati tra il giallo e il nero, contro un cielo blu intenso punteggiato da nuvolette bianche e grigie, illuminate da colpi di luce. Con molta probabilità è il deserto del Gobi. Il panorama è vario e bellissimo. Siamo a quota tremila (e forse oltre) e la strada si estende tra praterie, campi coltivati e montagne rocciose. Domina il colore giallo dei fiori di colza, molto simili alle nostre rape, da cui viene estratto un olio che viene usato come condimento. Ma la meraviglia sono i prati di stelle alpine e di iris dal gambo alto pochi centimetri. Nel primo tratto il fiume Giallo affianca la strada. Ha acque melmose che scorrono con prepotenza e che sono attraversate da rudimentali ponti di assi di legno sospesi. A tratti la strada è in rifacimento e vi sono centinaia di uomini che lavorano. È un percorso abbastanza pericoloso, perché dalle pareti rocciose che affiancano la strada cadono grossi massi di pietra. La valle stretta e profonda si apre e ci troviamo in mezzo a montagne terrazzate, ma prive di vegetazione coltivata. Sono ricoperte di muschio e hanno strane forme appuntite o a panettone. Mi sembra quasi di trovarmi davanti ad un plastico invece che ad un reale panorama.