Mio padre, Salvatore Positano de Vincentiis, era una persona in grande anticipo sui tempi. Nato a Bari nel 1878, a quarant’anni aveva già fatto tre volte il giro del mondo con i mezzi di allora, aveva conseguito tre lauree e parlava perfettamente sette lingue, compreso il giapponese. Sempre all’estero per lavoro, aveva avuto ben poco tempo per raccontarmi le sue avventure: io pendevo dalle sue labbra e già da piccola la più grande felicità per me era di partire con i miei genitori per una nuova meta. Papà mi diceva intenerito: “Non c’è nulla da fare, ti ho tramesso il microbo del viaggio!”. Di lui sono rimasti bellissimi album di fotografie, senza spiegazione alcuna, e quello strano microbo che mi morde ancora e mi spinge a partire più volte l’anno anche se ho finito di cercare i luoghi dove è vissuto mio padre, per scrivere le didascalie di quelle foto mute e affascinanti. Giovane ingegnere navale, mio padre aveva accompagnato due navi da guerra in Giappone e l’anno seguente nel 1905, era tornato via terra, prendendo alla stazione di Harabovsk, in Siberia, la ferrovia transiberiana che unisce questa città e anche Pechino a Mosca. In quell’epoca era stata da poco ultimata e il viaggio durava 15 giorni ma il treno era di lusso, dotato di tutti i confort, vasca da bagno privata, salone da musica e biblioteca. Ho molte foto di quel periodo, dove mio padre dava il braccio a molte, belle ed eleganti compagne di viaggio con ampi cappelli e vestiti lunghi fino alla caviglia. Lo sguardo di tutti è di felicità.